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September 24 dal blog di Sorema...e una farfalla barilla colta da una lampada
Citazione un pensiero a te.. September 16 Brava sorema!Forse preferiresti sentirlo dire da qualcun altro... ma forse abbiamo capito, ormai che possiamo contare solo su di noi... e fare tutto ciò che facciamo x noi... BRAVA SILVIA, SONO ORGOGLIOSA DI TE...SARAI LA MAESTRA CHE MI CI PIACERA' DI PIU' AL MONDO.. e oggi lo sei un po' più di ieri..
Ti voglio bene! September 02 Incredible IndiaEccomi a casa… dopo le lavatrici su lavatrici, la tappa dal medico per la mia povera pancia, una notte a Varenna e una lunga chiacchierata su un divano blu, eccomi davanti al mio computer, con tutta l’India nella testa che fatica a diventare un pensiero. Non riesco a raccontare l’India, le parole non sono abbastanza forti per esprimere i concetti che mi passano per la mente…sto bene, come mi ha detto Anna, sembra che ci sia qualcosa di riappacificato in me che non si sa bene cosa sia… l’India è assurda, l’India non posso dire di averla vista se non nei suoi aspetti peggiori. Sono stata in India ma non posso dire di esserci entrata, anzi forse la maggior parte delle volte l’ho subita: ho subito il suo caldo soffocante, l’odore di spezie latrina smog e rifiuti; ho subito una povertà così misera, così ostentata a cui non ci si può abituare; ho subito le folli corse in taxi e il mio corpo che non reggeva questo viaggio. Ho subito questo Paese tanto da sentire la nostalgia di casa, delle piccole cose ma delle grandi persone. In India mi mancava l’odore del cuscino con le lenzuola pulite e il sapore dell’acqua, le scaglie di grana e la chitarra di Marco. Mi mancava uno spazio mio dove riordinare i pensieri, dove “sdraiarsi un po’”. Mi è mancato il mio accendino (visto che ne avremo persi… non so quanti) e farmi una doccia senza controllare ogni secondo se c’era uno scarafaggio. Mi mancava andare a letto tardi e alzarmi tardi, mi mancava la scodella di cereali nel succo di frutta (ebbene si, sono buonissimi!). Poi, una volta tornata a casa, tutte queste mancanze mi sono sembrate piaceri senza sapore, nonostante quando fossi là non desideravo altro. Le persone che mi sono mancate, invece, le ho sentite con gioia (o le sentirò presto), con la voglia di riabbracciarle strette. E sapere che in qualunque angolo del mondo me le porterò con me. L’India mi sembra un sogno lontano che non si ricorda al risveglio. Una parentesi completamente disconnessa dalla mia vita sconnessa. Eppure ha ragione Anna, sento una tranquillità strana in fondo alla confusione dei miei pensieri simili alle strade di Calcutta. Credo che sia quella di essere a casa, di avercela fatta… ma soprattutto quella di non avere più certezze da cercare… perché questo viaggio, tra le sue contraddizioni e i mille punti di vista che ho incrociato, mi ha dimostrato che c’è sempre qualcosa in più da tenere in conto prima di fare una considerazione, che se è vera una cosa non è detto che il suo opposto non sia vero. Che posso pensare una cosa al mattino, un’altra opposta la sera e di notte trovare che posso continuare a pensarle entrambe. È stato il viaggio delle grandi domande su cos’è la dignità di un uomo e di una donna, sulla ignoranza del nostro mondo e il voler continuare a non vedere, perché fa troppo male e si sta troppo comodi nella nostra bella Brianza. Le domande con la D maiuscola sul dolore e sulla malattia, sulla miseria e la filosofia di vita, su come si può aiutare e darsi da fare in innumerevoli modi, tra cui quello di rendersi anche inutili o, peggio ancora, dannosi. A tutte queste domande non ho una risposta… ma continuerò a cercarne… Il mio viaggio in India è fatto di tante persone: routard per il mondo che hanno incrociato la nostra strada per una sigaretta, per un’”allegra sigaretta”, per una chiacchierata sulla terrazza, per strizzare un panno o per darmi acqua e zucchero quando le mie gambe diventano gelatina. Ma se non sono tornata il 10 di agosto è sicuramente merito dei miei compagni di viaggio… anche per loro mi terrò frasi sdolcinate o considerazioni affrettate per scrivere un semplice GRAZIE… per ogni piccola attenzione o un sorriso nel momento giusto, per avermi comprato banane e carta igienica o per non aver dormito per colpa mia, per esservi preoccupati di come stavo dentro e fuori. Per esserci aspettati quando qualcuno rallentava e per le risate che ti lasciano un sorriso ogni volta che ripassano nei ricordi…grazie…
e grazie anche a te... incredibile e assurda India... August 21 da CalcuttaOggi ho qualche minuto per scrivere... tra una settimana saremo in viaggio per l'Italia.. dopo il trauma iniziale con questa terra posso dire di essere entrata nell'ottica che l'india, in questo momento, e' jil posto dove si svolge la mia vita. sono molto stanca di quei schifosissimi bagni, di quelle stanze buie e umide come una cantina. Pero' non penso piu' che prenderei il rprimo aereo per tornare.. Mi dispiace che in questo viaggio non riesca davvero a venire in contatto con la cultura dell'india. Quando sono a Prend dam, la casa di ammalati dove lavoro, non c'e comunicazione: o lavo migliaia di panni oppure imbocco una delle ospiti del centro che o sono malate gravi che non sanno ovviamente una parola di inglese oppure delle malate di testa che se fanno un sorriso e' solo un riflesso involontario. Ho imparato solo a dire Banni (acqua) e qui si ferma la mia interazione con loro. A parte qesto la nostra bettola e un crocevia di strani personaggi che viaggiano per l'india e stando ferma ho l'impressione di conoscere il mondo... il tempo e' scaduto... a presto... August 12 dall'indiaNamaste
solo due parole da questo posto terribile, visto che non avrei il tempo di scrivere a tutte le persone che vorrei...
scrivo da caluctta, siamo arrivati oggi.... fisicamente stiamo tutti bene, a parte la presssione di sabrina che ogni tanto scompare.... l-india e' davvero l-inferno... non e facile stare qui perche a ogni sguardo si vede miseria, sporcizia e sguardi tutt'altro che amichevoli. per la prima volta qui mi sento in gabbia, lo stress e la paura di essere fregati e continua... ma fortunatamente i miei compagni di viaggio mi aiutano tantissimo. ho perfino imparato a giocare a poker e a briscola! questa notte ho avuto un attacco di panico misto a allucinazione... ero convinta che sul treno ci fossero degli animali e continuavo a urlare e a piangere... e ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo le strade dell-india, con i loro morti che camminano. per quanto riguarda i monsoni non siamo ancora stati lavatati da test a a piedi ma ogni tanto piove. guidano come pazzi e a ogni incrocio sxi di non scontrarti con la makkina ke arriva. non riesco a dirvi che sto bene xk[ non e cosi... ma sono in buone mani con i miei compagni che non sono messi meglio di me. qui a calcutta possiamo contare su tantissimi volontari pronti a darti una mano x qualunque cosa e mi sento molto piu tranquilla qui ma e anche il primo giorno.
tante volte mi chiedo se non fosse stato meglio andare in sardegna... ma sapete cm sono fatta, fino alla fine mi scontrero con questa realta cercando di capirla anche se mi sembra molto difficile.
sembra di essere in india da una vita, ogni giorno qui dura tantissimo, ieri ci siamo alzati alle 4 dopo non aver4 dormito x niente, abbiamo fatto un giro in barca sul gange. io non capisco come si possa di re che l-india e bella. xke io credo che sia il posto peggiore sulla terra. la gente vive cosi non per colpa di una guerra o di situazioni ambientali avverse. ma xke i loro dei hanno detto che e cosi. non riesco proprio a entrare nella loro logica.
come i nostri tg chiudo con una cosa carina... ieri abbiamo fatto ioga, e stato divertente !!!! qui grodiamo sempre di sudore e io ho pure il raffreddore xke i posti con l-aria condizionata ci ammazzano.
stiamo spendendo pochissimo, quindi mi sa che investiro tuto ne i vestiti indiani ke sono bellissimi!
vi abbraccio forte....
un bacione
Ilaria August 07 Si parte...Lo zaino è pronto, la destinazione segnata…India… tra poco meno di un’ora si partirà per il lungo viaggio che ci porterà in un altro mondo. Poche righe perché ogni viaggio non sarebbe lo stesso se non ci fosse una penna… ho troppo poco tempo per scrivere i miei interminabili interventi. Non so dire come sto… se emozionata, agitata, preoccupata, eccitata, spaventata… so solo che, questa volta, non parto più per scappare o per risolvere qualcosa. Parto per il gusto di stare con tre delle persone “più meravigliose” che ho conosciuto. Parto per farmi affascinare da un mondo visto solo nei film. Parto per qualcosa di vero, lontano dalle mille preoccupazioni inutili di cui sapientemente mi riempio le giornate. In questo anno, tra alti e bassi e rinunciando a una spropositata porzione di sicurezza, ho imparato a respirare anche qui. A sentirmi più “Ilaria” e non uno dei tanti personaggi che ci viene chiesto di interpretare. Ciò che voglio è qualcosa di sempre più vero, di semplice e diretto. Sono stanca di giochi, falsità, ipocrisie e atteggiamenti incomprensibili. Di complicazioni in un mondo che, forse, è molto più semplice di quello che tutti noi pensiamo. Basterebbe parlare di A chiamandolo A, di B parlando di B. Sono stanca di stare qui. Sono stanca di questa situazione non-più-studentessa e non-ancora-lavoratrice. Nessuno, in India, mi chiederà quanti colloqui di lavoro ho fatto in questi 20 giorni passati dalla laurea, e che cosa sto facendo ora. E se qualcuno lo farà, io mi darò la possibilità di rispondere: AMO, VIVO e MI SENTO LIBERA. Si sono stanca ma ho anche trovato sempre più fiori in un prato di ortiche. E quindi grazie a i miei compagni di viaggio di NO MAS per la passione che sento condividiamo, per le chiacchierate ai banchetti, per i progetti (grazie anche a Elena, ovviamente!). Grazie a Ritina che c'è nonostante i miei momenti di skizzofrenia. Grazie per chi ha reso così speciale il giorno della mia laurea, laura, monica, la prof, tutti quelli che ci sono stati. Grazie alla serata passata con i miei compagni di università per avermi fatto pensare, tornando a casa, che qualche volta in più avrei potuto andare all’università solo per la loro compagnia. Mi mancherete perché voi continuerete, in altri posti, con altri sogni e altri progetti. Io, al momento, ho terminato la mia corsa da studentessa… ma porterò sempre con me tutto ciò che di voi era vero: i vostri sorrisi veri, le vostre risate vere e le vostre parole…vere… Bene, tra 20 minuti si parte……Buon viaggio a tutti, qualunque sia il vostro Viaggio… July 07 ... fissando il pavimento...C’è una ciotola di cereali a sinistra dello schermo… una, immancabile, di caffè a destra. Una penna un foglio mezzo scritto… io ci ho provato a mettermi a fare il discorso.. . ma non ce la faccio.
Ho una paura incomprensibilmente paralizzante. Stamattina ho fissato per almeno un quarto d’ora il pavimento. Ma perché sono così agitata???? Questo è l’esame più semplice. Io ho scritto la tesi e l’unica persona - tra quelle che mi valuteranno – che ha letto la tesi probabilmente non se la ricorderà. Durerà 10 minuti… nn di più. Ho paura della maledetta frase: «ma tanto tu esci sicuramente con 110 e lode». Avviso a tutti i naviganti: a me non me ne frega nulla di uscire con quel voto, visto che la mia laurea di partenza non vale nulla, figuriamoci il voto. Però se mi dite così penserò che se non ci arrivo vi avrò deluso. Ho paura, dopo 16 anni, di non essere più studentessa. Pensate alle cose più piccole. Non potrò più avere lo sconto studenti, non potrò rispondere ai questionari “studentessa”. Una condizione che mi ha fatto sentire sempre al sicuro, perché finché sono studentessa il mio compito è studiare, se faccio qualcos’altro tanto meglio, ma non è il mio lavoro. E da giovedì sera? Ho scelto un sogno così terribilmente perfido… ti ammalia, ti fa innamorare di lui… così per 4 anni imposti tutta la tua vita verso quel sogno… fare la reporter. Poi ti accorgi che nulla ti preparerà a farlo. Dipende solo da te, da una buona dose di fortuna unita a bravura coraggio e determinazione. E da giovedì non basta più sognare. Certo ci sarà l’estate e non è detto, se non trovo qual è il giusto farmaco antimalarico, che io torni dall’india, quindi non vedo xché preoccuparsi. Da stamattina, visto i nuovi affluenti del Gange che solcano le mie guance, ho ripensato all’estate di quando avevo sei anni. Le vecchiette del paese mi dicevano: «Oh ma come sei grande! A settembre vai a scuola!». Io a scuola nn ci volevo andare. Non facevo i capricci x andare all’asilo, mi piaceva… xkè dovevo diventare grande?? Ero terrorizzata quell’estate. Poi credevo di essere diventata grande visto che il passaggio alle medie, alle superiori e all’università l’ho vissuto con entusiasmo. Probabilmente sono tornata ai sei anni. Al momento non voglio diventare grande, non voglio essere dottoressa (de che poi????) non voglio essere laureata. Voglio rimanere ancora un po’ a sognare il mio futuro comodamente dal mio cuscino. E dire che anche io un giorno sarò una reporter. E continuare ad aspettare quel giorno. «L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s'ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio». (Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, Rizzoli, 2002) May 25 voglia di viaggiare leggera...Ho voglia di fare un viaggio… chi ama partire, chi si trova a casa solo quando non ha un tetto sopra la testa lo sa cosa vuol dire… sono passati solo due mesi dal mio ultimo viaggio… eppure mi sembra troppo… nonostante ne manchino due al mio VIAGGIO… quello aspettato da una vita… con i miei compagni di vita: l’uomo della mia vita, la ragazza che stimo di più al mondo, ormai molto di più che “una sconosciuta che mi conosce molto bene” e il mio compagno di viaggi con cui ho condiviso le esperienze da viaggiatrice più intense. Pensare a un viaggio ti fa partire con la mente… ti dimentichi un po’ di quello che vuoi lasciare… il pensare seriamente al mio “diventare da grande”, preoccupazioni più o meno straordinarie, persone che dopo anni sono riuscite a farmi tirar fuori un po’ di sana rabbia. E a farmi fare una bella scrematura tra “chi c’era” “chi non ha voluto esserci” e “chi non ha potuto esserci”. Partire ti mette addosso un’adrenalina che nient’altro ti dà… soprattutto quando non sai cosa ti aspetta o ne hai vagamente idea. Soprattutto quando sai che condividerai questa nuova avventura con persone con cui condividi già la vita. Eppure prima del viaggio ci sono ancora troppe cose da fare…. Da oggi prometto di non leggere più la mia tesi, dedicandomi unicamente alla scelta del tipo di seta (colore già scelto) da usare e dove fare l’aperitivo post laurea. Questa formalità, che so già che emotivamente non riuscirò a considerare come tale, si avvicina sempre di più e io continuo a pensare ad altro… l’agitazione che dico è per l’avvicinarsi della laurea so che è per tutto quello che ci sarà dopo la comoda categoria studentessa: dall’imminente corso tête-à-tête di grafica al mio futuro prossimo di settembre: Irlanda? Smetterla di rimandare l’idea della freelance e incominciare a lavorarci seriamente? Smetterla di dire “vorrei scrivere” e rimandarlo continuamente? Lavorare per far crescere ¡NO MÁS!? Mettere via qualcosa per partire al più presto per oltre oceano, preferibilmente come Mrs Besana? Uff… che confusione… Per ora mi diverto al bar, assaporo il gusto agrodolce del tempo libero riempiendolo con ciò a cui ho rinunciato da… mmm… non saprei, troppi anni…, mi dedico a nuove passioni e aspetto di veder scritto su un pezzo di carta dottoressa…
IL VIAGGIATORE (Mercanti di Liquore) Il viaggio non è l'emozione di attimi pericolosi Direzione casuale, non prevede sosta Il viaggiatore viaggia solo Mischiare presente e ricordi, le strade possibili fatte L'amore lasciato sospeso, qualcuno ne approfitterà Il viaggiatore viaggia solo Se impari la strada a memoria di certo non trovi granchè Paese significa storia e storia significa lingua Il viaggiatore viaggia solo April 14 www.lavocedinomas.orgLA VOCE DI CHI NON HA VOCE....
IL MIO SOGNO è DIVENTATO REALTA'...
GRAZIE A CHI L'HA RESO POSSIBILE... CREANDO IL SITO, SCRIVENDO, STAMPANDO O TAGLIANDO I VOLANTINI... MA SOPRATTUTTO PER CHI CI HA CREDUTO DAVVERO...
April 11 3 aprile...Dodici rose rosse una gialla due bicchieri di vino musica dal vivo duecento foto che mi guardano una stella sulla collina che mi culla e gli occhi di Marco... che riescono a vedere il bello di me e innamorasi riescono vedere il peggio di me e restare è stato un anno lungo una vita... e solo un marinaio ha saputo insegnarmi ad amare...
...e io sono felice... February 18 dal 2008... studioE’ finita… l’ultimo esame è andato… un capitolo si kiude ma, come sempre, sono già pronta a scriverne un altro… Dal 2008 a chi mi chiedeva: cosa stai facendo in questo periodo? Rispondevo: STUDIO. In realtà non ero molto onesta dicendo “studio”. Quando ho lasciato il giornale (altro libro che si chiude) lo stesso pomeriggio ho iniziato a fare la cassiera… è stato un mese sereno, reso speciale da un Natale dove mi sono sentita “a casa” a casa mia e dove incontrare le persone speciali della mia vita. Ho sempre pensato che avrei voluto scrivere un libro. Invece a Natale mi sono ritrovata in un libro… quella della storia di due marinai che altro non è che la trascrizione dei giorni da quel 3 aprile 2007… mi sono ritrovata in quelle pagine con una bandiera della pace, una bambina colombiana, sotto la tour eiffel con un cappello bianco sui capelli e un bacio sulle labbra, con le mie frasi accanto a quelle di Marco. Con la sua poesia che racconta come noi, superstiti del nostro passato, ci siamo incontrati su una spiaggia “dove saremo sempre sposi”. Ho rivisto la macchina distrutta di Marco che ho guardato con gli occhi pieni di paura proprio la sera in cui parlavo di “aspettare segni” con Sabrina. E ho passato la notte in ospedale aspettando Marco…fortunatamente senza un graffio ma con gli occhi persi nel fumo della sua immancabile sigaretta. E siamo diventati mamma e papà di Milton, che con le sue belle guanciotte rosse ci fa compagnia nella casetta. Non è mia abitudine parlare di Marco in questo blog… ciò che ci unisce è qualcosa che conservo gelosamente nella nostra casetta, in una macchina arancione, in una mano che mi passa la mano nei ricci o mi tira un pennarello mentre studio. Però è impossibile non riprendere il filo del mio blog senza Marco… Dal 2008 non ho solo “studiato”. Certo, dopo tre anni per la prima volta non ho lavorato… sensazione strana (condivisa cn il mio controcorrente). Ma nel 2008 sono diventata giornalista pubblicista con tanto di tesserino. Nel 2008 ho provato cosa vuol dire impegnarsi per uno, anzi due esami per non ottenere i risultati che vuoi per un terrore “inspiegabile” (le virgolette sn d’obbligo visto ke so benissimo che si può spiegare tutto… non necessariamente causa e effetto appartengono alla stessa sfera) o per un ego represso di un assistente frustrato. Nel 2008 sono stata nella città di De André e nel paese dei fiori… un week end davvero spensierato… tra via del campo, le mimose rubate per me, le bolle di sapone sugli scogli… e le slot machine del casinò! Con Marco che non parla più davanti alla chitarra di De André o con cui parlare davanti a una birra o nella città vecchia di Sanremo guardando verso il punto in cui il mare e il cielo si fondono. Nel 2008 ho iniziato a lavorare per gli incontri nelle scuole dove raccontare con i miei compagni di viaggio le mie ultime estati… litigando tra di noi come ad un tavolo di Lusjne o chiacchierando come su una scala di Bogotà. A gennaio ha iniziato a prender forma un sogno… ¡NO MÁS! Un giornale che rappresenti ciò che per me è il giornalismo… “la voce di chi no ha voce” lo spazio dove sentirmi davvero una giornalista alla ricerca di un mondo “dimenticato dai dépliant”, come dice Paola, di un mondo dove la gente “che vorrebbe vivere è costretta a sopravvivere” come dice Anna. Un modo per unire in una sola rete, e nella rete, quelle persone che hanno voglia di lavorare per un mondo migliore. Che hanno il coraggio di dire che il mondo fa schifo quando fa schifo e che è bello quando è bello. Che hanno voglia di usare la propria voce per dire BASTA! a ciò che ogni giorno ci costringono ad accettare. In un bicchiere di coca cola come in un tubo catodico. A gennaio abbiamo iniziato a muoverci per il viaggio di quest’estate… destinazione: INDIA… sarà un’India difficile, un’India faticosa, un’India povera e malata. Ma sarà un’India vera, un’India con chi, come me, è alla ricerca dell’essenza delle situazioni, delle realtà, delle emozioni, dei perché. E, mentre cerchiamo di conoscere il mondo cerchiamo uno specchio in cui vederci, davvero. Non deformato dalla nostra quotidianità, non deformato dai necessari vincoli che il “progresso” e il mondo “di quelli che amano contarsi” impongono. E un po’, sempre nel 2008, mi sono ritrovata nella fredda Novara, nella fredda Mini con la calda compagnia di Cri e Carol… forse tutte e tre siamo ostriche… con conficcato nel ventre, forse passato attraverso il cordone ombelicale, un insignificante granello di sabbia. E forse aspettiamo per uscire dalla conchiglia solo un mondo all’altezza di apprezzare tutto quel dolore che ci teniamo dentro… ma su cui, tutte e tre, continuiamo a lavorare per la nostra “perla”. Forse, nel 2008, non mi sono davvero ritrovata, invece, in un bicchiere di birra rossa al solito posto, alla solita ora, con i soliti discorsi, con le solite idee… come cercare di riunire due terre separate da un terremoto asfaltando la voragine. Ma ci vorrà del tempo… Sono 1 mese e 18 giorni raccontati in poche righe… e riassunti per ritrovare un filo in questo mese e 18 giorni…saltando lo spettacolo di Erri De Luca, il concerto di De Grogari, la preparazione del mio imminente viaggio sulle orme di Nino nel deserto marocchino. 1 mese e 18 giorni che, per 1 mese e 18 giorni ho ingiustamente risassunto nella parola S-T-U-D-I-O. In realtà, in 1 mese e 18 giorni, sono cresciuta e questo grazie ai compagni di viaggio della mia vita, al marinaio della mia vita, ai giorni pieni di vita della mia vita. Il fatto che ora sono ufficialmente una laureanda è tutta un’altra storia a cui forse, troppo spesso, do’ troppo peso.
December 24 per il vostro 25 dicembre..... Oggi è tempo d'incendi, organizziamo presepi
Dalle stelle tu scendi e ci senti e ci vedi Addormentati in panchina o indaffarati a far niente Ed il freddo che arriva, ci brucia e ci spegne Non c'è nessun segreto, nessuna novità Non c'è nessun mistero, nessuna natività Io ti regalo una foglia da masticare col pane E tu una busta di vino per passare la fame Sior capitano aiutaci a attraversare questo mare contro mano Sior capitano, da destra o da sinistra non veniamo e questa notte non abbiamo Governo e parlamento non abbiamo e ragione Ragione o sentimento non conosciamo e quando capita ci arrangiamo E ci arrangiamo Con documenti di seconda mano Con documenti di seconda mano Oggi è tempo d'attesa, organizziamo qualcosa Mentre balla sul marciapiede, la vita in rosa Che ci guarda e sorride e non ci tocca mai Ultimi di tutto il mondo, piccoli fiammiferai Non c'è nessun perdono in tutta questa pietà Non c'è nessun calore, nessuna elettricità E oggi parlano i cani per sentirsi più buoni Intorno al nostro fuoco cantano canzoni Sior capitano aiutaci a attraversare questo mare contro mano Sior capitano, da destra o da sinistra non veniamo e questa notte non abbiamo Governo e parlamento non abbiamo e ragione Ragione o sentimento non conosciamo e quando capita ci arrangiamo E ci arrangiamo Con documenti di seconda mano Con documenti di seconda mano Natale di seconda mano.... Francesco De Gregori December 03 e un amore se ne va...proprio oggi che un altro, più intenso e speciale, compie otto mesi...E così il mio amore è finito. Dopo tre anni di tormentata convivenza tutto è finito. Mi sembra di fare la parte di quella che lascia perché costretta, perché la più matura tra i due. Ho sempre detto che il giornale per me era una sorta di marito con cui mi sono sposata tre anni fa. Avevo 18 anni e lavoravo per un giornale… era un sogno, ero emozionatissima quando mi hanno chiamato dalla redazione per il colloquio. Ogni settimana speravo che mi chiamassero per un articolo… e da lì, un piccolo passo alla volta sono entrata nel mondo del giornalismo, visto sempre dietro a uno schermo. Poi arrivavano le vacanze e io andavo in redazione. Al mio primo direttore stavo simpatica, lo sapevo. Quando ci siamo visti mi ha regalato un poster con un bambino seduto su un giornale. È sulla mia scrivania da tre anni. Si credeva in me, voleva insegnarmi questo lavoro. Mi ha anche trasmesso la passione per questo lavoro, mi ha dato fiducia anche se all’epoca mi sembrava di essere buttata senza paracadute da un elicottero. Finita la maturità sono corsa in redazione ed è stata l’estate dei servizi più divertenti che abbia fatto. Mi ricordo però anche tutte quelle volte che arrivavo da Lauretta in lacrime, dicendole che non ce la facevo più, che non mi sembrava di essere in grado di fare ciò che mi chiedevano. Cambio di direttore cambio di lavoro… eccomi con una mia zona da seguire. Mi ricordo che nel primo periodo invece di guardare l’albo delle delibere guardavo le determine e non capivo niente. Non sapevo davvero come muovermi, poi pian piano ho iniziato a capire che di un articolo su un consiglio comunale non bisogna scrivere che si inizia dall’approvazione del verbale della seduta precedente. Capivo come funzionava la macchina amministrativa, piano piano gli amministratori invece di chiedermi perché non c’era Micaela mi chiedevano come stavo io, iniziavo a ricordarmi i nomi dei consiglieri senza dover consultare un mio quaderno con disegnati tutti i tavoli consiliari con i nomi da parte. Imparavo. E non è che ora voglio solo ricordare tutto come idilliaco. Lo so che non era sempre così, ma il lavoro piano piano diventava più leggero perché iniziavo a condividere gioie e dolori di questo mestiere con colleghi e concorrenti con cui è nato un rapporto vero, sincero. Penso che Gloria e Jon siano stati il più bel regalo di questi anni. E beh, non potrei non essere riconoscente al giornale dopo avermi fatto incontrare l’uomo della mia vita proprio a un consiglio comunale… E dopo il consiglio arrivava l’esprit dove continuare a parlare e sparlare insieme di questo lavoro bello e dannato. Ho tantissimi bei ricordi legati al giornale ed è strano che ora che lo voglio lasciare mi ritornino in mente solo quelli. Fino a ieri non vedevo più in filo di luce. Ma non mi permetterò di pentirmi di una scelta per dei bei ricordi. Perché il presente era davvero senza colore, senza soddisfazioni, senza lode. Non ho più niente da imparare da un posto in cui il giornalismo diventa sempre meno importante della pubblicità, delle copie vendute, del confronto con altri giornali. Non ho più voglia di alzarmi la mattina con l’ansia di dover andare al lavoro, di pensare all’apertura per la settimana quando poi lo spazio non c’è e le mie notizie non piacciono. Sono stanca di piangere perché credevo in un’altra idea di stampa che “con i miei giudizi etico-morali” dovevo lasciare fuori dalla redazione. Tante volte ho detto: “questa è la volta buona che me ne vado”… ma come dice la saggia Carol, dopo cinque minuti non avrei saputo più cosa fare. Ora questo lavoro era un rinfacciarmi ogni giorno che il mio sogno di giornalismo era appunto un mio volo pindarico. Non avevo più nessun interesse, nessuna motivazione. Si, ho fatto la scelta giusta. Questa frase non la dico a chi legge ma a me… che impaurita e confusa mi dondolo su un filo d’equilibrio così fragile… faccio un passo ma il mondo mi ricorda che ne devo fare mille… togliendo valore a quel passo, che chi mi ha insegnato a camminare vent’anni fa non vede o deride. Prima la mia unica certezza era che volevo essere una giornalista. Da giovedì sarà che timbro il cartellino a un’ora, a un’altra me ne vado e la mia anima si libera di un po’ di veleno…. November 24 Una bambina e un marinaio a ParigiC’era una volta una bambina a cui avevano sempre detto che a Parigi ci si va con l’uomo della propria vita… lei non era un tipo molto romantico, infatti non credeva che esistesse neanke un uomo della sua vita… chi poteva valere più dei suoi sogni, del suo tempo? Crescendo quel sogno è stato un po’ accantonato, ma a chi le chiedeva: “sei mai stata a Parigi?” lei rispondeva “aspetto l’uomo della mia vita”… in realtà non lo aspettava e cadendo e rialzandosi ha continuato a crescere, magari con accanto qualcuno che non aveva neanke idea di chi fosse lei. Ma non le importava di questi “esperimenti”… un giorno, mentre era sul sentiero di un bosco nero nero, ecco che seduto su un sasso ha incontrato un marinaio che non aveva la benché minima intenzione di continuare a camminare, così si alzava, faceva qualche giro, poi si risedeva. Prendeva tante strade ma poi tornava indietro perché sapeva che erano vicoli ciechi. La bambina, che ormai era diventata grande per tanti aspetti ma che era rimasta ancora piccola per altri, decise di sedersi accanto a lui. Lei aveva paura di quel bosco, e ogni tanto anche lei si dimenticava la strada. Lui le faceva compagnia, la faceva ridere, ma soprattutto riusciva a sentire che dietro ai suoi sorrisi c’era qualcosa di non detto. E lei gli faceva i dispetti per farlo ridere, ma quando riprendeva un vicolo cieco gli tirava le orecchie all’improvviso. E da quel momento il marinaio e la bambina hanno cominciato a camminare insieme, quasi senza accorgersi di quanto tutti e due erano cresciuti. Lui aveva imparato che avere una compagna di viaggio non vuol dire solo prendersi cura di lei, ma anche avere qualcuno che prepara un thermos di caffè per sentire meno il freddo in alcuni momenti. Lei piano piano iniziava ad ammettere che pensava che l’uomo della sua vita non esistesse solo perché credeva di non essere in grado di camminare con un’altra persona. E il suo orgoglio di ragazza a cui non importa di andare a Parigi si stava sciogliendo al calore dell’abbraccio del marinaio… Il loro viaggio iniziò quando il nero non era più quello del bosco ma quello del vino che in un campo di fili d’Erba fece dire ai due viaggiatori ciò che i loro cuori già sapevano. Avevano tutti e due paura, perché viaggiare in due significa tener conto di chi si ha accanto. E un bivio che li divideva per due paesi latini si avvicinava. Non sapevano se dopo quel bivio le loro strade si sarebbero riunite. Eppure sì, il marinaio e la bambina si resero subito conto che in realtà stavano ancora viaggiando insieme, erano su strade diverse ma con le stesse scarpe. Ed eccoli dopo un mese ancora più uniti, ancora più innamorati, ancora più sicuri che avrebbero viaggiato insieme. Potevano fare dei progetti insieme ormai e raccontandosi i loro percorsi precedenti si meravigliarono che due viaggiatori come loro non avessero ancora viaggiato insieme fuori da quel bosco. E scelsero di andare a Parigi, dove la torre brisluccica come gli occhi della bambina. Prima di partire, però, la bambina era stanca di quel bosco, che le sembrava sempre più nero. Voleva sdraiarsi per non rialzarsi più. Ma il marinaio voleva aiutarla e le impediva di sdraiarsi. E lei si sentiva in colpa perché ogni volta che lui cercava di aiutarla lei lo allontanava. Non voleva più lottare. E sapeva che il marinaio meritava molto di più al suo fianco. Non una zavorra da portare avanti o una bella addormentata per sempre nel bosco. Il viaggio si avvicinava e la bambina continuava a piangere, piangere. Voleva qualcuno che la conosceva da prima di nascere, che già l’aveva portata a Parigi ma a cui non sapeva chiedere aiuto. Il marinaio la portò da una piccola fatina che viveva in un fiore blu. E lei conosceva la pozione per far rialzare la bambina, visto che l’aveva usata anche anni prima con lo scheletro di quella stessa bambina. La bambina stava un po’ meglio e si ricordò che Parigi era alle porte. E i due marinai partirono alla scoperta di questa città fatta di baguette, pan chocolat e gallette. La bambina si sentiva libera, si sentiva amata e continuava a ripetere che era felice. E il marinaio la guardava, come faceva ormai da un anno e si faceva contagiare da quella gioia così infantile a cui aveva dovuto rinunciare, costretto dalla vita che gli aveva chiesto in anticipo il conto. La bambina era attratta da tutto ciò che suonava, come da un ragazzo all’angolo di una stazione della metro, dalle campane di Notre Dame o dalle note della chitarra scordata che il marinaio suonava sul balcone. Amava tutte le luci, soprattutto quelle gialle e blu della tour Eiffel che ogni tanto spuntava da dietro i palazzi, quelle stelle così rare a Parigi e quella luna piena che le ha strizzato l’occhio prima di partire. Amava quella luce del cielo visto da Montmartre o quella di un ristorantino tipico in un angolo della città. Ma la luce che la scaldava era quella che vedeva riflessa nello specchio quando la mattina, finalmente, aveva la forza di alzarsi. Riusciva quasi a sorridere a quella sconosciuta col cappello bianco che incrociava davanti a qualche vetrina. La luce che La riempiva di amore per la vita era quella che vedeva in occhi che aveva visto striati di dolore. Quegli occhi da cartone che l’avevano fatta innamorare ridevano con lei e lei tornava ad amare quella vita maledetta. Non si sentiva ancora la forza per continuare, ma riusciva a capire che prima o poi sarebbe tornata, e con lei quella bambina che sapeva sognare e amare la sua vita. Aveva visto Parigi con l’uomo della sua vita, l’aveva percorsa con l’uomo della sua vita, l’aveva gustata con l’uomo della sua vita. E per un attimo aveva ricordato cosa voleva dire essere felice e che, in fondo, non è così difficile quando un marinaio con la barba passeggia al tuo fianco….. November 14 Marco...Questo è di nuovo qualcosa che la scienza non è in grado di capire: il solo pensiero di una persona, la cui esistenza giustifica la propria, è di per sé una medicina che prolunga la vita...
Tiziano Terzani, un altro giro di giostra.
Nel periodo più brutto della mia vita, in cui credo, e spero, di aver toccato il fondo, non ho molte parole per descrivere la luce che vedo dalla mia celletta che, come dice Sa, è a 20 mila metri sotto terra 2x2. Tutto quello che è marco è concentrato nella frase di Terzani. Con marco è stato tutto così naturale, senza dover annunciare al mondo che da una data non meglio precisata di qualche mese fa eravamo Marco e Ilaria. Anzi sembrava che gli ultimi ad essersi accorti che eravamo ormai due marinai su una stessa barca eravamo proprio noi. Ed è per questo che per me parlare e scrivere chi è marco è difficile. Come se il mago rivelasse il trucco alle altre persone. Come togliere la magia che c'è intorno a lui per me. Io so solo che Marco in questo momento è quella finestra aperta sul mare, è chi mi raccoglie e chi mi fa ridere, mentre chiudo le porte al resto del mondo. Ieri era il suo compleanno, e la mia torta, su cui ho passato ore, era proprio brutta. si era sciolta tutta la panna e le scritte con il cioccolato bianco erano orribili. Ma mentre io gliela facevo vedere cn i goccioloni che scendevano dagli occhi lui ha detto che era bellissima. E poi ha detto che era buonissima. Ecco marco è chi sa vedere il bello e il buono che c'è nelle cose... anche se a volte non è così, lui lo fa. E nonostante la mia matita che cola dagli occhi lui riesce ancora a vedere l'ilaria che sogna, che ama la vita, i viaggi, le avventure, gli ideali, ama sapere, essere informata, si arrabbia per ciò che non condivide. Io non la vedo più, ma lui si. Ed è per questo che, mentre la sua vita si accorcia di un anno, posso solo dire che lui riesce a prolungare la mia.
Buon compleanno Marco,
Ti amo...
Vilary October 28 ...finalmente due righe sulla ColombiaÈ il 14 ottobre, due mesi fa ero in Colombia, meravigliandomi che fossero passati solo sei giorni dal mio arrivo a Bogotà. Per me era già casa quel barrio (quartiere) Lucero medio, quelle stanze che ho condiviso con dodici persone erano già la mia quotidianità. Ma accanto a questo stupore c’era quello di sapere che un terzo del mio viaggio era alle spalle, e allora mi sembrava di essere appena arrivata, mi chiedevo dove fossero finite le ore che compongono i giorni. Non so se è così per tutti, ma questa condizione di mancanza di percezione del tempo ha un gran fascino su di me, facendomi credere che l’orologio sia molto ridicolo nel suo tentativo di determinare qualcosa che per tutti è indeterminato. Tre settimane, in fondo, cosa sono? Per me, tre settimane in Colombia sono state come una fase della mia vita. Le fasi della vita di solito sono l’infanzia, la gioventù, l’età adulta, la vecchiaia… altri paletti che cercano di dividere fili di uno stesso prato. Si, per me una fase della vita può durare anni, ma anche giorni, 21 più tutti quelli che sto vivendo dal mio ritorno in un paese in provincia di Lecco. Raccontare la Colombia in poche righe, dunque, diventa difficile perché è come chiederti: "mi descrivi la tua gioventù?". Descrivere i sentimenti così contrastanti che ti attraversano, raccontare cosa hai fatto, cosa hai visto, cosa hai condiviso e chi hai conosciuto. Impossibile. So che ciò che scrivo è ciò che io ho vissuto, non posso essere la voce di tutti i miei compagni di viaggio. Ho incontrato tutte le fasi della vita, le ho viste negli sguardi delle persone che ho conosciuto. La prima fase, i primi anni di vita, l’ho vista ogni mattina quando i bambini venivano a prendere el desayuno (la colazione): dos gallettas y un poco de leche fria (due gallette e un po’ di latte freddo). Con il freddo, l’umidità di Bogotà sapevi che non era giusto dare a quei bimbi solo questo, su quattro seggioline messe nel freddo atrio della casa della divina volontà. Invece, col cuore ringraziavi Dio per non essersi dimenticato di quel posto come il resto degli uomini e aver mandato le sue “dipendenti” tra loro. Aver mandato Anita, che con la sua allegria ci ha fatto sorridere per tutto il viaggio e con la sua fede ha asciugato le lacrime di chi, come me, tante volte non riesce a sopportare il dolore che l’attraversa. Aver mandato Daily che appare sempre così saggia, che lavora instancabilmente anche la sera, preparando la cucina per il giorno dopo; ma non ci ha mai lasciato andare a dormire senza una sua parola, un suo sorriso. Aver mandato la hermana Serena, che non ho conosciuto se non attraverso la stima che tutti nutrono per lei. E poi Lucia, che mi ha permesso quest’indimenticabile esperienza, che mi ha fatto innamorare di Bogotà lo scorso anno, quando ci siamo conosciute e sul pullman che ci ha portato dalla stazione di Bari al traghetto per l’Albania mi ha raccontato la sua Colombia, lontana dalle etichette di violenza, droga, guerrilla che intrappolano quel Paese in luoghi comuni. Lucia ha nel cuore le persone che hanno quella luce di speranza negli occhi che troppo spesso qui non vedo. Ha nel sangue il ritmo della cumbia e della salsa, sul palato il piccante delle salse e la dolcezza degli innumerevoli frutti di questo Paese. Ha negli occhi un posto come la finca di Ancizar, un prete che ci ha portato fuori bogotà, nella sua casa immersa nel verde delle Ande, per un giorno dove respirare allegria. Verso mezzogiorno incontravo l’infanzia… per me le giornate da bambina erano lunghissime, avevo anche tempo di annoiarmi, avevo il tempo di non avere impegni. Lì vedevo bambini che, a sei anni, si alzavano alle 4 di mattina per essere a scuola alle 5. tornavano verso le nove di mattina a casa, o, meglio, in una ditta di ceramica per lavorare in un locale buio, spoglio, caldo, con un nauseante odore di vernice. Dare una mano al comedor per me era come quando durante un viaggio in metro guardi le persone nel vagone chiedendoti quali sono le storie che portano sulle spalle, quando vedi un neonato pensare a cosa proverà quando darà il suo primo bacio, quando prenderà la patente, quando fumerà la sua prima sigaretta. Al comedor, però, le domande sono diverse. Non ti chiedi qual è la storia di un bambino, ma quant’è il dolore che ha già sopportato. Non ti chiedi cosa proverà quando darà il primo bacio, ti auguri che una bambina non rimanga incinta a quattordici anni, non ti chiedi quando fumerà la prima sigaretta ma se ha mai sniffato la colla per non sentire lo strazio della fame. Eppure tutti questi quesiti rimangono come offuscati dalla luce che hanno questi bambini. Non tutti, è ovvio. Ma la maggior parte di loro ci ha fatto sentire avvolti in un affetto incondizionato, la curiosità che hanno per un mondo lontano, la voglia di vivere, di ridere, di amore che hanno. Dopo un paio di giorni dal nostro arrivo abbiamo conosciuto padre Francisco Nieto e io, arrabbiata, gli ho chiesto: "Ma cos’è quella luce che le persone hanno negli occhi nonostante la loro vita difficile?" "E’ la speranza" è stata la risposta di padre Francisco. La speranza, le persone che ho incontrato mi hanno fatto provare davvero cosa significa avere la speranza. Soprattutto le persone che appartengono alla seconda fase della vita, la gioventù. I ragazzi che abbiamo incontrato nei due giorni di convivenza mi hanno fatto capire come i miei ideali siano troppo grandi per stare nelle poche persone che fanno parte del mio micromondo dove per entrare bisogna saper sognare in grande. I chicos colombianos hanno anche loro il sogno della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza, della libertà. E, con loro, ho capito che i sogni di tante persone unite possono diventare un progetto. Ma la gioventù che ho incontrato non è solo quella dei grandi sogni…è anche quella del carcere minorile, o meglio, della “Escuela del trabajo” come la chiamano loro. Ho fatto il giro del carcere maschile con un ragazzo che a sedici anni, ubriaco, ha accoltellato un ragazzo in una discoteca. La vita non vale nulla. Nulla. Eppure non avevo la percezione di stare con dei ragazzi, delle ragazze, che hanno ucciso, rubato, violentato. Forse perché quel carcere riusciva tirar fuori dal marcio della loro vita quell’umanità, quel minimo comune multiplo che unisce gli uomini. Ballare con Viviana, una ragazza che ha partecipato a un pluriomicidio, non ha fatto scattare quella catena di pregiudizi che si impossessano di me quando passeggio per via paolo Sarpi a Milano (quartiere cinese ndr). Riconosco a quelle strutture che abbiamo visitato che sanno ridare ciò che quei ragazzi non hanno mai avuto: il progetto di un futuro, partendo non da un posto dove scontare una pena ma dove ricominciare a sognare. Purtroppo non è tutto così bello, ho visto sguardi che mi hanno spaventato davanti alle celle di isolamento, ho visto ragazze piangere perché volevano tornare libere, anche se il loro concetto di libertà si ferma per una strada. La terza fase della vita, l’età adulta, inizia molto prima che in Italia. A 14 anni puoi già essere mamma, a 16 abbandonata, a 20 ammazzata per la strada senza un perché, come la sorella di Patrizia. Ho incrociato lo sguardo di un papà premuroso che alza la mano dal fondo della via per salutarmi con un grande sorriso che brilla sulla sua pelle cioccolato, ho dentro lo sguardo di chi è pronto a uccidere per una macchina fotografica. Ho sentito addosso lo sguardo dei militari, a volte come di bambini terrorizzati, a volte terrorizzanti. Ho visto le unghie di chi in cucina pela le patate tutta la mattina per i bambini che vengono al comedor e le unghie di una mamma che al bordo della strada mentre chiede l’elemosina dipinge le unghie delle figlie intingendo un bastoncino in una boccetta blu. Ma soprattutto una mamma che piange perché la figlia non vuole studiare, come qualunque mamma; una mamma che con orgoglio mostra la spilla di migliore studentessa, come qualunque mamma. Mamme che crescono nove figli in una stanza con due letti e hanno il coraggio di ringraziare Dio, famiglie che ci hanno aperto le loro case per offrirci una tazza di tinto (caffè colombiano) o un letto per dormire. Ho visto chi in chiesa in ginocchio prega, chiedendo ma sapendo dire anche grazie. Ho visto gente che sa aspettare e gente schiacciata nei pullman. Ho visto un negozio di Bulgari a nord e un internet point improvvisato in una stanzetta chiusa con delle griglie al sud. Ho visto chi ha tutto ma sa donare una parte del suo tempo a Ciudad Bolivar; ho visto chi non ha nulla chiedere aiuto per chi non ha neanche la voce per chiederlo. L’età adulta a Bogotà ha tutti i colori, dal rosa perlaceo al nero d’Africa. Ha una bella auto o un carro trainato da un asino. Ha la speranza per i propri figli, per cui cuce scarpe in una stanza mentre cura i nipotini, ma sa anche essere violenta, sa prendersi possesso di un barrio e imporre un coprifuoco alle 5 di pomeriggio. Pena: entrare nella guerriglia. Ed eccomi all’ultima fase della vita, l’anzianità. Queste sono solo alcune pennellate di un quadro impressionista di quattro colori: dell’infanzia, della gioventù, dell’età adulta e dell’anzianità. Ma due pennellate dello stesso colore possono avere sfumature diverse, matericità impercettibile o grossolana. Questo viaggio è stato un viaggio in metro di 21 giorni. Dove incontrare ogni fase della vita. Ma con la differenza che ho potuto fare tutte le domande che in metropolitana rimangono quesiti senza neanche punti di domanda. E che in questo viaggio non ero solo spettatrice, ma con i miei compagni ho vissuto ogni fase della vita con le persone che abbiamo incontrato, le loro gioie, i loro dolori, le loro domande senza risposta, le loro risate. E in metro vedi solo come chi è seduto accanto a te appare. Io in Colombia ho trovato l’essenziale. E a me non veniva chiesto che ricambiare con il mio essenziale. E quest’esperienza non può essere chiusa nelle parole viaggio, vacanza, 21 giorni. È stata un’essenza di mille vite incontrate, di mille fili d’erba baciati dal sole o sferzati dalla pioggia. October 21 Elogio del piede... di Erri de LucaI nostri piedi sono il mezzo per muoverci, comunicare, giocare, conoscere, apprendere, ma spesso ce ne dimentichiamo. Perché? di Erri De Luca October 14 ValoreConsidero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Erri de lucaSeptember 16 il mio 15 settembreSono qui per comprendere gli uomini, ciò che pensa e cerca un uomo che uccide un altro uomo e a sua volta lo uccidono. Sono qui per dimostrare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e stupida, la più brutale prova di idiozia della razza terrestre. Sono qui per spiegare quanto ipocrita è il mondo quando si esalta perché un chirurgo sostituisce un cuore con un altro; e poi accetta che milioni di creature giovani, con il cuore al suo posto, muoiano per la bandiera come vitelli nel mattatoio. Scritto da Oriana Fallaci durante la guerra in Vietnam
Scrivo negli ultimi 34 minuti di sabato 15 settembre, sperando che la connessione internet riprenda a funzionare e possa caricare l’intervento prima dell’arrivo della domenica… Avrei già tante cose da scrivere, ma il tempo è poco e soprattutto un buon giornalista arriva subito al dunque, quindi, se voglio evitare di finire a studio aperto (dove tra l’altro avrei un’ottima carriera) arriverò subito a parlare di chi per me rappresenta il 15 settebre. Esattamente un anno fa è morta Oriana, una donna che ammiro per la sua estrema libertà, per la sua capacità di penetrarti nelle ossa con delle macchie di inchiostro su pezzi di carta, ma soprattutto per la sua passione per la vita…che l’ha spinta a raccontare la storia che accadeva davanti ai suoi occhi, a cercare il senso di cose insensate come la guerra, l’ingiustizia, il dover necessariamente stare o con i guelfi o con i ghibellini. Quando leggo i suoi libri mi sembra che lei abbia già pensato e vissuto ciò che io penso e vorrei vivere… quando dico che voglio fare l’inviata di guerra la gente mi guarda come se fossi una psicotica egocentrica e incosciente… forse sono un mix di ciò, ma la mia idea di giornalismo va oltre al comunicato stampa dei militari, oltre le pashmine di Lilly Gruber e i rapporti sui morti del giorno. Io voglio capire e, con un briciolo di presunzione, far capire cosa vuol dire essere in guerra, essere povero, essere maltrattato, essere approfittatore, essere meschino, essere dimenticato dalla nostra parte del mondo. E non sono i numeri a dirlo. E’ lo sguardo a terra di una bambina con delle gambe scheletriche che alle sette di mattina viene a prendere un cartone di latte freddo. E’ l’odore di una casa fatta da lamiere e due letti. E’ la pelle di una bambina malata di scabbia che gioca per terra. E’ il sale delle lacrime di una madre che non ha i soldi per comprare le medicine alla figlia. La guerra non so com’è, per ora ne ho potuto vedere solo gli effetti e sentirne i racconti, e spero un giorno che qualcuno torni a raccontarcela come ha saputo fare Oriana, ma come ha saputo fare anche Tiziano Terzani e molti altri che non citerò perché Oriana, egocentrica com’è non gradirebbe. Per me 15 settembre vuol dire anche Ste… probabilmente non gradirà essere due righe sotto il nome di Oriana, eppure non credo che sia un caso che ci sia questa corrispondenza di date tra due persone che vivono la vita con una passione unica. Oggi in una conferenza hanno detto che gli incontri veri sono quelli con un “tu” che mi aiutano a dire “io”… e credo che con Ste sia stato questo. La sua passione per gli ideali, il suo sogno di diventare medico senza frontiere, la sua incapacità di accettare i compromessi di questa realtà mi hanno fatto sentire meno sola un anno fa, quando il cielo di Lushnjë, e quel palazzone che ci siamo fermati a guardare tante sere mi hanno ricordato che per la mia vita voglio molto di più di un calciatore filosofo, un aperitivo e un paio di scarpe. E Ste mi ha insegnato a non sentirmi più in colpa per pretendere qualcosa in più dalla mia vita rispetto all’offerta della velenosa Brianza. Quest’anno abbiamo continuato a camminare su strade parallele, che non si sono incrociate che in qualche occasione, ma pur sempre verso la stessa meta, ed è forse per questo che una volta sull’aereo per Bogotà ci siamo rincontrati, ognuno con un altro pezzo di strada alle spalle in salita e pieno di buche. Sono persone come lui che mi danno la speranza che il mondo può essere migliore. E ciò che ci unisce è l’amore per l’Uomo, e in questo enorme sentimento in questi due anni ho imparato a riconoscere altri “tu” come Ste che mi ricordano chi sono “io”. Buon compleanno
Ste, grazie per quello che sei… ps la connessione non ha ripreso, quindi arrivo un po' in ritardo... September 14 SICKO E QUEL VALORE CHIAMATO DEMOCRAZIA...Devo scrivere… sì è un imperativo seguito da un infinito… ho l’obbligo di scrivere ed è un obbligo che penso mi porterò infinitamente con me… devo scrivere anche per preservare la mia salute mentale, per illudermi che almeno sul mio blog posso sfiorare la mia idea di giornalismo, che è tutt’altro che riempire necrologi, ascoltare il regolamento di polizia cimiteriale, ma soprattutto cercare nocciolone… vabbeh, soprassediamo… Scrivo la mattina dopo l’11 settembre… "No ila, è il 14!" … beh, il documentario di Miceal Moore sulla sanità americana non è l’11 settembre, ma forse mostra molte più vittime di quel tragico 2001… una piccola parentesi… in questi giorni la mia frase in msn era “ODIO LA RETORICA...NO MAS! anniversari solo di stragi "che contano" NO MAS! genocidi dimenticati...” per chiarire IO e ribadisco IO non faccio differenza tra morti a stelle e strisce e morti con il burca… quindi credo che sia giusto ricordare quel giorno, quelle persone morte sciolte in un “panetto di burro” colpito da due aerei kamikaze… ma: 1. qualcuno mi deve spiegare perché tutti noi sappiamo che una donna incinta è morta quel giorno e ricordiamo ogni anno che prima di morire aveva chiamato il marito per dargli la notizia del bebé in arrivo mentre una donna COME LEI incinta COME LEI con probabilmente un uomo che ama COME LEI non fa notizia se è messa in croce in Colombia dalla guerriglia e le viene squarciato il ventre. Perché una donna del darfur COME LEI incinta COME LEI con probabilmente un uomo che ama COME LEI non fa notizia se muore in uno dei genocidi più dimenticati dei nostri tempi… sempre che sappiate cos’è il Darfur… Perché una donna COME LEI incinta COME LEI che però ha 15 anni e va a scuola col pancione, vive in casa con sua madre che deve cucire scarpe per mantenere figli e nipoti in una casa cui c’è un letto e la cucina è separata da una tenda non fa notizia? 2. sapete che l’11 settembre 1973 è anche il giorno in cui uno degli ultimi dittatori del secolo scorso, Pinochet, ha preso il potere in Cile decretando l’inizio di una sanguinosa dittatura sotto l’ala dello zio Sam… credo che dovremmo ricordarcelo tutti, almeno per riscattarci da un assordante silenzio su quelle dittature di cui tutt’ora rimangono tante ombre… tanto è che un partito di militari, Cento Aquile, si sta organizzando per proporre un’amnistia per i criminali di quella dittatura e un programma che si ispiri al caudillo cileno. Ma ovviamente questo non fa notizia… Dopo questa parentesi ritorno da ciò che ero partita SICKO… un documentario sul sistema sanitario americano… dove potrete vedere come va a farsi fottere il patriottismo e il mito dell’eroe dell’11 settembre se hai un problema polmonare… gli EROI si curano con offerte… e voglio evitare di raccontarvi io cosa si vede in quel documentario… vi basti pensare che c’è un filmato da una telecamera fissa in cui si vede scaricare su un marciapiede i pazienti da taxi pagati dall’ospedale per liberarsi di chi non può pagare un intervento… e kissenefrega se i punti di sutura sulla testa non sono chiusi e gli aghi delle siringhe sono ancora nelle vene... Ke skifo. Vedete io non sono antiamericana… prima di vedere questo film mi era stato chiesto: preferiresti vivere negli usa di Buch o nella Cuba di Fidel? Io ho risposto subito "In America, io alla mia libertà non rinuncio… in america se c’è qlsa ke non va posso dirla e cercare di cambiarla. A Cuba no". Ma vi assicuro che, potendo scegliere, nessuno crescerebbe i figli con il terrore che gli possa venire una malattia…e la mia risposta, oggi, è cambiata. Io non amo molto i medici, forse perché li temo… eppure credo che fare il medico sia una sorta di vocazione, al pari del prete, dell’insegnante e che sia uno dei lavori più importanti… ma con gli scandali di questi giorni e quel documentario mi chiedo quei tipi di dottori perché scelgano coscientemente di lucrare sulla malattia, e non sulla guarigione. Ogni intervento non riconosciuto necessario dal medico è un risparmio per l’assicurazione quindi un premio per il medico. Io so di per certo che non sono così tutti, è la certezza che mi da vedere la passione di Ste per questa professione. E spero che ci siano un po’ più medici come lui… E questo film non mi ha fatto odiare l’America… mi ha dato la certezza che non è vero che il sistema americano è il migliore… mi ha fatto sentire più vicina agli americani, quelli che probabilmente credono che la sanità sia un valore inalienabile… mi però ha fatto odiare ancora di più chi ha l’arroganza di esportare la democrazia fregandosene di cosa volesse dire questa parola per i “padri fondatori”…chi riesce anche a dare un valore economico a un tumore, a un dito tagliato…Alziamo il velo tra i nostri occhi ed il mondo… |
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